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In cammino con un perché
Pellegrinaggio a Czestochowa
Lunedì 3 agosto. Ore 10 del mattino. Stazione Garibaldi. Chi avesse dovuto prendere un qualsiasi treno, quella mattina, non avrebbe potuto, per la folla di ragazzi che invadeva l’entrata e il parcheggio; tutti muniti di zaini, sacchi a pelo, materassini. La meta era Cracovia (per chi non lo sapesse, città meridionale della Polonia), e una volta giunti lì, dopo 2 giorni, avrebbe avuto inizio il pellegrinaggio a piedi verso Czestochowa (santuario di Maria, Regina della Polonia), per un totale di 150 km in 6 giorni, dormendo in distese di campi con la tenda, mangiando cibo in scatola, facendo la doccia con una tanica d’acqua e aspettando mezz’ora prima che il bagno (toi – toi) si liberasse. In tutto eravamo in 1300, tra “maturati” e laureati. Qualunque essere umano potrebbe chiedermi il perché; già, perché camminare per 6 giorni per arrivare a un santuario in Polonia? Perché alzarsi alle 5 di mattina, partecipare alla messa in polacco e faticare sotto il sole o sotto la pioggia dalle 5 alle 8 ore al giorno? E vi assicuro che dopo il primo giorno di cammino queste domande me le sono fatte anch’io. Ma poi c’era qualcosa, qualcosa di più grande per cui la fatica e la stanchezza diventavano una condizione necessaria per capire ancora di più la meta del nostro viaggio. Perché alla fine il pellegrinaggio è sinonimo di vita! Chi infatti non ha mai faticato, chi non si è mai trovato allo stremo delle forze pensando che tutto fosse perduto, che quella fatica non servisse a niente? E poi all’improvviso qualcosa ti desta, qualcuno, che può essere anche una persona mai vista prima, ti ricorda la domanda di felicità e di salvezza che porti dentro e ti indica la meta; e in quel momento tutto viene rinnovato. Questo è quello che è successo a me; ho fatto tutto il pellegrinaggio accanto a una ragazza di Roma, che era stata quasi costretta a venire, che ormai non si fidava più di un Dio, “perché come fa Dio a far ammalare di tumore una mamma di 6 figli?”. Siamo arrivate al santuario insieme, con tre vesciche ai piedi, ma lei continuava a ripetermi: “Non ci provare a farmi mettere sul pulmino, io voglio arrivare fino alla fine con i miei piedi!”. E così è stato, con tutti i nostri problemi, fatiche, domande e preghiere ci siamo tutti inginocchiati davanti alla Madonna Nera, come per dire “Eccomi, io ci sono, mi affido a Te”. E la prima risposta che ho ottenuto è stato il miracolo del cambiamento di questa ragazza, che nel viaggio in treno da Czestochowa a Milano, ci ha raccontato la sua storia e ha finito dicendo: “Io un’esperienza così non l’ho mai fatta in tutta la mia vita, non sono mai stata così contenta e non sono mai stata così bene. Non ho mai vissuto un’amicizia così vera e ora voglio restare attaccata a voi” (tanto che si è iscritta all’Università Cattolica a Milano). Ora, come si fa a dire di non essere mai stata così felice camminando e faticando? Bisognerebbe essere proprio idioti, perché a sentirlo così sembra un paradosso assurdo. Invece no, e allora, dove sta la vera felicità? A voi la libertà di rispondere…
LadyK