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Seguendo Cristo mi aspetto sempre il meglio
Intervista a don Adelio
In questi mesi è a Cambiago don Adelio, sacerdote che è rientrato in Italia dopo 12 anni di missione in Kazakistan. Gli abbiamo fatto alcune domande per conoscerlo meglio.
Come è nata la tua vocazione sacerdotale?
Sono entrato in seminario a 11 anni. Mi aveva affascinato il prete dell’oratorio che era arrivato l’anno prima nella mia parrocchia: lo vedevo sempre felice e pensavo “Voglio diventare come lui, voglio essere felice”. In seminario ho frequentato le scuole medie e il liceo, durante il quale cominciai a chiedermi davvero il “perché” di quanto stavo facendo, anche perché erano gli anni successivi al ’68, periodo complicato per la Chiesa. Mi aiutarono ad andare avanti per quella strada il mio padre spirituale e soprattutto tanti amici con cui condividevo quella esperienza e grazie ai quali capivo sempre più che Cristo rende davvero la vita più gustosa.
Perché sei partito per il Kazakistan?
Ero diventato prete da solo un anno quando io e don Mario, che era diventato il mio miglior amico in seminario ed era stato ordinato insieme a me, chiedemmo al cardinal Colombo, allora vescovo di Milano, di partire come missionari per il Sudamerica. Il cardinale non rispose mai alla lettera che gli mandammo: era troppo presto. Fatto sta che poi don Mario partì davvero per il Sudamerica, mentre io continuai a fare il sacerdote qui in diocesi per 25 anni, fino al 1997. In quell’anno, durante un incontro fra preti, ci fu chiesto chi era disponibile a partire per il Kazakistan ed io fui tra quelli che alzarono la mano. Il Kazakistan e l’intera ex Unione Sovietica avevano un bisogno enorme ed io obbedii a questa richiesta.
Come hai vissuto e cosa ti hanno insegnato questi 12 anni in missione?
I kazaki sono un popolo a maggioranza musulmana, anche se non integralista, e vi sono poi molti russi ortodossi. I cattolici sono pochi, forse neanche l’1% della popolazione, sparsi su un territorio immenso, circa 9 volte l’Italia. Mi ha colpito però come Gesù si fa incontrare dai giovani, che spesso non ne sapevano nulla, e cambia in meglio la loro vita: è così che nascono le conversioni, cioè dentro un’amicizia che rende più bella la vita. Infatti con i giovani che abbiamo incontrato abbiamo condiviso tutto, lo studio, i giochi, le vacanze, e col passare degli anni sono sorte le prime famiglie di cui ho battezzato i figli. Tutto ciò a volte causa tensione con gli ortodossi che ci accusano di “concorrenza sleale”, ma la verità è che loro stanno chiusi nelle loro chiese, a preoccuparsi delle questioni teologiche, e dopo 70 anni di ateismo forzato questo non può affascinare nessuno. Il modo in cui è cambiata la vita di quei ragazzi è stato molto importante anche per me: mi ha reso più certo che il cristianesimo è proprio vero, che seguire Cristo è bello.
E adesso cosa ti aspetti da questo rientro in Italia?
Mi aspetto il meglio! Gesù mi ha chiesto per la seconda volta di lasciare tutto, ed io vado dove lui mi vuole. La malattia che mi ha costretto a lasciare il Kazakistan mi ha fatto capire ancora una volta che è seguire Cristo la cosa importante, in qualsiasi luogo mi trovo a vivere. In questi mesi di “vacanza” a Cambiago, in attesa di un nuovo incarico, ho avuto il tempo di approfondire il mio rapporto personale con Cristo e di ringraziarlo di tutto quello che mi ha dato.
Come può ciascuno di noi essere missionario nella vita di tutti i giorni?
Ogni cristiano deve essere missionario con la sua vita: abbiamo incontrato Colui che rende più bella la nostra vita, dobbiamo testimoniarlo agli altri se davvero crediamo che questo sia il meglio. Ricordiamoci sempre che il peggior nemico del cristiano è l’abitudine: dobbiamo sempre essere disponibili a farci sorprendere dall’immensità dell’amore di Gesù per noi, non dare per scontato quello che abbiamo ricevuto.
Mauro