La cura del malato non può mai venire meno

Oggi, almeno in Italia, abbiamo una discreta assistenza sanitaria, sorgono in continuazione case di cura o di riposo per gli anziani, associazioni che si occupano di disabili, ecc. Ma non è sempre stato così. L’assistenza sanitaria per tutto il popolo e la creazione di luoghi di cura e di ricovero sono sorti, sviluppati, sostenuti e cresciuti con il cristianesimo. Un tempo, soprattutto prima della nascita di Cristo, il concetto di cura e assistenza del malato non teneva conto del valore della persona. Esistevano intraprendenti “terapeuti” che, a pagamento, tentavano di porre dei rimedi ma erano disponibili solo per pochi fortunati. La storia della Chiesa ci ricorda che fu il Concilio di Nicea, nel 325 dopo Cristo, a stabilire che in ogni vescovato ed in ogni monastero venissero istituiti degli ospizi aperti a tutti i pellegrini, i poveri ed i malati. Più tardi, sempre dall’esperienza cristiana, nascono gli ospedali, che assumono nomi diversi (Hotel-Dieu” o “Ca Granda”) a secondo delle culture locali, e che di fatto sono case di accoglienza e assistenza costruite per l’amore di Dio e del prossimo. Pur in assenza di terapie efficaci per guarire, quei luoghi erano l’incarnarsi del “prendersi cura” evangelico del samaritano. La Chiesa nei secoli ha dedicato innumerevoli donne e uomini per queste opere ed ha messo a disposizione cospicui mezzi per curare gli infermi. Fosse anche solo per questo la Chiesa avrebbe buon titolo per parlare della malattia e della fine della vita. Oggi dà quasi fastidio che la Chiesa, attraverso i suoi organi ufficiali (ad esempio la Conferenza Episcopale Italiana), esprima un giudizio su questi argomenti (vedi caso Eluana). Mentre, proprio in forza dell’esperienza di duemila anni, la Chiesa è “esperta in umanità” e, a maggior ragione, in umanità malata e sofferente. Ed è a partire da questa esperienza, e attraverso l’esercizio della ragione illuminata dalla fede, che la Chiesa ha sviluppato un pensiero ragionevole sul valore della vita umana, sul senso della salute e della malattia e sui diritti/doveri della relazione paziente-medico. Partendo dall’arduo compito di servire il bene comune (di ognuno e di tutti), la Chiesa ha educato (ed educa) il popolo ad uno sguardo vero sulla vita, che non censura nulla, tantomeno la responsabilità di fronte alla vita e alla morte. Quando ad esempio i Vescovi, che parlano a nome della Chiesa italiana, invitano a considerare con attenzione la “verità etica” che “togliere l’alimentazione e l’idratazione ad una persona, per di più malata, è determinarla verso un inaccettabile epilogo autanasico” non esprimono una giudizio personale o frutto di una consultazione di circostanza. Essi esprimono l’esperienza e l’intelligenza della cura dei malati, spesso inguaribili, che deriva dalla lunga tradizione di amorevole accoglienza che ha istruito la Chiesa e fatto scaturire il suo magistero. Un tesoro di esperienza e di sapienza da cui estrarre “cose antiche” e “cose nuove” e che merita di essere ascoltato e compreso nelle sue ragioni. Se questo fosse l’atteggiamento con cui noi tutti ascoltiamo i giudizi della Chiesa, comprenderemmo che la cura del corpo del malato, l’amore alla sua persona, ha preceduto di molti secoli i tentativi di restituirgli la salute attraverso una terapia. Da sempre il gesto più concreto verso i poveri e gli ammalati è stato quello di dare loro un tetto, un letto e del cibo. E se non potevano portarlo da soli alla bocca, aiutarli a nutrirsi e ad idratarsi, perché la perdita delle forze li avrebbe portati a morte certa anzitempo. La possibilità di intervenire con la scienza, la tecnica, la farmacologia, la chirurgia è arrivata in seguito, ed è un bene, ma nulla toglie al valore imprescindibile della cura, senza la quale non vi è amore concreto alla vita della persona malata. La scelta dei mezzi terapeutici di come affrontare la malattia è affidata al medico e al suo rapporto con il paziente. La rinuncia ad alcune terapie può essere lecita o addirittura doverosa nel caso in cui sfoci in un inaccettabile accanimento terapeutico. Il magistero della Chiesa, pur evidenziando le insidie dell’uso sproporzionato delle moderne terapie, ha sottolineato come non si “può giustificare eticamente l’abbandono e l’interruzione delle cure minimali al paziente, comprese alimentazione ed idratazione. La morte per fame e per sete, infatti, è l’unico risultato possibile in seguito alla loro sospensione. In tal senso essa finisce per configurarsi, se consapevolmente e deliberatamente effettuata, come una vera e propria eutanasia per emissione” (Giovanni Paolo II – 2004). Terapia e cura con amore alla vita del malato si fondano nel vissuto quotidiano della medicina. Mentre la prima è legata alle condizioni del paziente, la seconda non può mai venire meno senza che si perda l’ultima ma fondamentale dimensione dell’atto medico in quanto atto umano.