ISRAELE e PALESTINA:

La pace può solo essere frutto di un'educazione

Gli ultimi tremendi accadimenti in Palestina ci portano a rivolgere la nostra attenzione verso quella terra. Per la preoccupazione di un focolaio di violenza così vicino, per la sorte di quella gente, perché è la terra ove è nato Cristo ed il cristianesimo. Abbiamo ascoltato in un incontro pubblico a Gessate Sobhy Makoul, segretario dell’esarcato maronita di Gerusalemme, che ci ha parlato della situazione e della Chiesa nella regione, anche in vista del prossimo viaggio del Pontefice. Prima di riassumere la testimonianza, è utile partire dalla storia evidenziando gli ultimi avvenimenti. Nel 2000 a.C. la tribù di Abramo, originaria dell’Eufrate, si trasferì dalla Mesopotamia alla Palestina. Per vincere una carestia si sposta poi in Egitto, dove resta 400 anni finendo schiava. Nel 1200 a.C. fa ritorno in Palestina ove iniziano le ostilità con le popolazioni locali che alla fine sottomette. Nel 700 a.C. una parte del popolo di Israele (nome con cui Dio ha chiamato Giacobbe) viene deportata in Mesopotamia da dove ritorna nel 500 a.C. ricostruendo il tempio di Salomone, simbolo dell’identità ebraica. Subisce quindi conquista da parte di Alessandro Magno e dei Romani. Nel 70 d.C. il tempio di Gerusalemme viene distrutto e gli ebrei sono dispersi in Europa ed in Africa, ove vivono – a volte soffrendo, spesso protetti - per molti secoli in comunità separate dalle popolazioni locali. Nel 1800 si consolida un processo di integrazione con i popoli con i quali vivevano, ma anche una coscienza nazionalista. Esso sfocia nel 1897 nella creazione del movimento sionista con l’intento di far nascere uno stato di Israele in Palestina. Non tutti gli ebrei sono d’accordo, come tutt’ora. Ma con finanziamenti di ebrei facoltosi (Rotschild) iniziano gli acquisti di terre in Palestina, all’epoca sotto il dominio dell’impero ottomano, allora in via di disgregazione. Inizia l’immigrazione di massa protetta nel 1917 dall’Inghilterra, assai influente nella regione e che proteggeva nel contempo anche la nascente Arabia e nel 1922 dalla Società delle Nazioni. Gli arabi di Palestina sono contrari. È tuttavia provvidenziale il “focolare ebraico” perché accoglie, anche per il solo passaggio verso gli USA, gli ebrei in fuga dal nazismo. Continuano intanto gli acquisti ebraici di terra in Palestina, per i quali la ricchezza della massoneria internazionale non è assente. Nel 1948, appena l’Inghilterra lascia la regione, Ben Gurion dichiara lo stato d’Israele, riconosciuto immediatamente da USA e URSS, ma non dagli arabi. È uno stato confessionale ove i non ebrei hanno meno diritti, singolare simmetria del regime di quasi tutti gli stati musulmani. Iniziano ostilità, atti di terrorismo e guerre, queste sempre stravinte dagli ebrei: la guerra dei tre giorni nel ‘52, dei sei giorni nel ‘66, dello Yom Kippur nel ‘73. Il terrorismo e le rappresaglie in particolare sono la nota dominante che inframmezza i numerosi trattati di pace e le road maps, fino alla cronaca dei nostri giorni, ove la politica internazionale, ONU inclusa, mostra la sua enorme difficoltà a gestire i problemi. A soffrire non sono i capi ma sempre il popolo che viene usato come pedina di un gioco di potere a livello mondiale in cui negli ultimi anni si è inserito il fondamentalismo islamico. Sobhy Makoul ci ha fatto notare come l’opera della diplomazia internazionale sia nei fatti ondivaga e spesso inefficace, se non impotente. La recente affermazione democratica di Hamas, organizzazione terroristica, era prevedibile: i palestinesi hanno voluto punire la corruzione dell’Autorità palestinese governata da Fatah. La diplomazia internazionale non vuole riconoscere Hamas, ma la conseguenza di “Piombo Fuso”, l’azione israeliana di questo inverno, nata dall’aggressione di Hamas, ha distrutto Gaza, non Hamas. I milioni di nostri euro ora stanziati per la ricostruzione non si sa da chi e in quale modo verranno utilizzati. La Comunità Europea già finanzia libri di testo ebrei e musulmani per le scuole in Palestina e non si cura, in nome di un concetto di libertà di opinione insulso quanto deleterio, che molti di questi incitino all’odio religioso e non educhino alla pacifica convivenza. D’altra parte, la situazione politica in Israele è oggi terribilmente difficile: vede ad un estremo un partito ultraortodosso, all’altro uno laico irreligioso, incompatibili tra loro ma senza i quali non è possibile formare un governo democratico. In questa situazione la Chiesa opera senza sosta. I cristiani in Terrasanta, palestinesi ed arabi israeliani, sono oggi il 2%, erano il 13% un secolo fa. Nelle città principali del Vangelo in 60 anni la presenza si è drasticamente ridotta, tanto da far temere una possibile scomparsa a breve. Eppure già dal tempo dell’impero turco la Chiesa non ha cessato di costruire scuole e ospedali, ospitando tutti. Oggi circa il 50% degli studenti delle scuole cattoliche sono musulmani che ne riconoscono qualità e rispetto della persona. La Chiesa è quindi l’unico ponte del dialogo tra le culture. Eppure è contrastata anche da un sempre più forte movimento sionista anticristiano e massone antireligioso, che la combatte con l’arma dell’Islam. Tuttavia Papa Benedetto XVI è rispettato perché dice la verità e la sua posizione di una soluzione attraverso un “approccio globale ai problemi di quei Paesi, nel rispetto delle aspirazioni e degli interessi legittimi di tutte le popolazioni coinvolte” è l’unica sensata. “Non c’è pace senza giustizia, e non c’è giustizia senza perdono” (Giovanni Paolo II). Ma il concetto di perdono tra uomo e uomo non esiste nell’ebraismo e nell’Islam. Come non esiste quello di gratuità. La pace può solo essere frutto di un’educazione, non di una firma su fogli di carta. L’unica strada è la conversione del cuore che solo l’incontro con Gesù Cristo può dare. Anche del cuore degli europei. Questa è la preghiera del Papa: perché accada questo miracolo. È questo il tempo della testimonianza e la Chiesa continua a darla agli uomini di quella terra, amandoli senza tornaconto. Tra le tante opere gratuite eccone una emblematica: la casa di Samar per ragazze madri abbandonate a Betania, in un contesto musulmano che le condanna a morte, anche se vittime di una violenza in famiglia, e che assolve sempre i maschi. Nonostante le accuse e le minacce, la sua presenza, la speranza che dà provoca la riconoscenza di tutti da 12 anni: perché fai questo con noi? Evangelizzazione senza parole, che induce alla conversione del cuore. La prossima visita del Papa in Terrasanta è un segno forte per la regione. Ascoltato e rispettato, sarà pellegrino e pastore anche se il suo significato politico può essere pesante. Israele non ratifica dal ’92 gli accordi con la Santa Sede, nei quali si chiede di proteggere l’autonomia delle istituzioni ecclesiastiche, aspetto assai delicato. Ma la visita sarà soprattutto missionaria e di testimonianza che solo l’unità in Cristo può essere fonte di pace vera tra gli uomini. Come possiamo aiutare i nostri fratelli in Palestina? Sobhy Makoul non ha dubbi: con i viaggi in Terrasanta, acquistando i manufatti degli artigiani locali. E con la nostra testimonianza in un’Europa che sempre più nega la fonte della sua civiltà e che per questo non sa più vivere col diverso, che non si rende conto che un musulmano rispetta un cristiano fermo nella sua fede e disprezza chi è “moscio” e senza riferimenti a Dio. La nostra coscienza deve fare memoria che Cristo ha già vinto: siamo uniti in Lui, comportiamoci come fratelli in Lui davanti a tutte le situazioni della vita.

Alfredo